22 Luglio 2026

All’ultimo workshop sul pavimento in terra cruda c’erano 7 partecipanti.
Chi arriva a un corso così di solito lo fa perché sta pensando di autocostruirsi qualcosa e ha quasi sempre la stessa domanda di fondo: sarò veramente capace di farlo?

Questo articolo è il racconto di due giorni di cantiere ed è scritto per rispondere proprio a quella domanda. Se ti stai chiedendo quanto dura un pavimento in terra, come si vive e come si mantiene, ne abbiamo parlato per bene qui: là trovi la parte “tecnica”, qui trovi la parte “ce la faccio?“.

Una premessa sui corsi pratici: fare un pavimento, come ogni attività di cantiere, è un lavoro fisico. Si sta piegatə, in ginocchio, con le mani nell’impasto per tanto tempo. Chi partecipa ai workshop di solito non viene per guardare ma per imparare davvero. Quindi la sera si torna a casa stanchə e con la soddisfazione di un pavimento completato davanti agli occhi.

dove eravamo

Abbiamo lavorato al parco archeologico della Terramara di Montale, dentro un cantiere vero che però ha la forma di una casa preistorica rialzata da terra: nel parco infatti ci sono due ricostruzioni in scala 1:1 delle abitazioni dell’età del bronzo. La loro manutenzione ordinaria e straordinaria diventa ogni anno occasione per unire l’utile al dilettevole. Sistemare le case e imparare come costruire con quello che usavano già le popolazioni antiche e che per noi, ancora oggi, è una validissima soluzione.

Era la sesta edizione di un workshop che di solito prevedeva il rifacimento degli intonaci in terra cruda e che invece quest’anno, per la prima volta, aveva come focus il pavimento in terra cruda.

 prima le mani

Abbiamo lavorato per strati.
Il primo – l’aggrappo – è il più rassicurante da fare.

L’aggrappo si stende a mano, direttamente sui legni nel nostro caso ma sarebbe uguale se partissimo da un massetto di cemento. Si prende l’impasto e lo si preme sul fondo con le dita e poi con il palmo, spingendo perché entri bene e faccia presa. Non serve saper usare nessun attrezzo, non serve una tecnica precisa: serve solo la mano e dei gesti che piano piano diventano naturali. È il momento in cui anche chi non ha mai toccato la terra cruda si accorge che qualcosa, in modo abbastanza istintivo, lo sa già fare.

Ed è un momento che dice molto sul materiale: la terra non respinge, non ha fretta, non ti punisce se premi troppo o troppo poco. Ti lascia sentire, con le dita, quando ha fatto presa e quando invece devi tornarci sopra perché non è ancora stabile.

poi gli attrezzi 

Sopra l’aggrappo abbiamo steso lo strato di corpo tirato con gli attrezzi.
Visto che partivamo da un fondo irregolare fatto di pali di legno, lo spessore dello strato di corpo è variabile: dai 2 ai 4 cm. 

Tirare uno strato pieno e complanare con i frattazzi è un gesto che si impara, meno intuitivo. Le prime passate non vengono piane: lo strato è più spesso di qua, più sottile di là, l’attrezzo lascia il segno dove non dovrebbe e più ci passi e più sembra che la situazione peggiori. È normale, succede a chiunque le prime volte, e succede anche a noi quando cambiamo terra o impasto.

Ma, nel giro di qualche ora, la mano comincia a capire prima della testa. Non è più “eseguo un’istruzione”, è “sento quando lo strato è giusto”. E il punto è proprio questo: la domanda “sarò capace?” non ha una risposta immediata. Ma arriva la domenica pomeriggio, quando ti volti e vedi i metri fatti e il pavimento completato.

l’impasto: terra del posto, sabbia, paglia

Gli impasti li abbiamo fatti con argilla locale, presa da una fornace vicina al parco, unita a sabbia e paglia e miscelata in cantiere con un miscelatore ad elica. Niente di troppo complicato, niente sacchi di prodotti strani da ordinare. Un materiale che viene da lì vicino, una ricetta di tre ingredienti, un attrezzo per mescolare. La preparazione dell’impasto è una delle parti più facili da imparare e da rifare a casa propria anche se è una di quelle che richiede più tempo.

 e se sbaglio?

È una paura comune di chi fa autocostruzione anche se quando si sceglie la terra cruda è la poco fondata.

L’impasto che cade a terra si raccoglie, si rimette nel secchio con un po’ d’acqua e torna buono.
Uno strato tirato male si bagna e si ripassa.
Un pezzo viene male? Si toglie e si rifà.

Non c’è la corsa contro il tempo che hai con altri materiali che si induriscono – ma tu non conosci i tempi e non sai gestire la situazione. Non ci sono macerie da smaltire se qualcosa va male. L’errore con la terra cruda non è un disastro: è parte normale del gesto ed è facile da riparare. 

Questa è una delle ragioni per cui la terra cruda è un’ottima scelta per chi fa autocostruzione e deve imparare da zero proprio mentre costruisce casa sua. La terra perdona, come hanno constatato felicemente le persone che erano a questo workshop.

perché ci siamo fermatə (e torneremo)

Qui c’è la cosa che forse dice di più su cosa significa davvero fare da sé.
In due giorni, in sette persone, abbiamo realizzato 30 mq di pavimento: aggrappo e corpo.
E poi ci siamo fermatə.

Non per stanchezza ma perché il corpo del pavimento deve asciugare prima di ricevere la finitura e la terra cruda asciuga con i suoi tempi – evapora, non fa presa chimica, non la si può forzare. Nei nostri workshop non acceleriamo i processi per far quadrare il calendario didattico: rispettiamo i tempi veri del materiale e li usiamo dentro al percorso. Per questo il corso è stato progettato in due momenti: a inizio giugno il corpo, poi l’attesa e a fine agosto ci ritroviamo per la finitura, di nuovo in argilla locale e sabbia.

È una lezione importante da imparare: costruire ha bisogno dei suoi tempi e le asciugature dei materiali (ma non solo quelli naturali, tutti i materiali!) vanno rispettate. Chi impara ad aspettare i giusti tempi e ad organizzarsi al meglio per incastrare le asciugature con altre lavorazioni, ha già capito metà del lavoro.

Se non vuoi perderti i prossimi corsi in programma, iscriviti a questa lista e te li ricordiamo noi.

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